giorno
n. 6 (doppio ovvero i gemelli)
si comunica con il
proprio Altro attraverso lo specchio in frantumi in una stanza vuota
senza porte e senza finestre; i molteplici pezzi dell'immagine che ci
sta davanti, nostro riflesso, rappresentano l'urlo ibernato
dell'impossibilità di comunicare...
Immaginiamo
che ogni pensiero, che ogni sentimento, che ogni espressione del
nostro viso, che ogni singola fibra del nostro corpo, di notte venga
rubato da un Altro che sia del tutto simile a noi – tutto ciò che
con certezza pensavamo ci appartenesse, di diritto,
nostra proprietà privata e intima, ci viene con altrettanto diritto
portato via da questo ladro silenzioso e a nulla valgono la legge, a
nulla l'autorità, a nulla le resistenze, non c'è nessuno che possa
vedere e denunciare il fatto: quell'Altro appare identico a me e
nessuno può contestargli di avere sottratto ingiustamente qualche
cosa, poiché in fondo
quell'Altro
sono Io.
E' il mio gemello
identico: è specchio delle mie azioni, ripete meccanicamente ogni
mio gesto, di proposito nello stesso modo, una frazione di tempo
infinitesimale dopo, ma del tutto impercettibile dall'esterno e dagli
altri, come l'aggiunta di un'eco alla mia voce – a chi non è
capitato di provare questa sensazione: per la prima volta ha udito la
propria voce registrata e gli è sembrata diversa, meno dolce, più
metallica, quasi contraffatta, come la voce di un altro, e si è
vergognato di avere pensato di parlare in un modo e invece di essere
stato udito dagli altri sempre in un altro modo? Proprio questa è la
sensazione che la presenza silenziosa dell'Altro porta con sé –
possiamo non accorgecene mai, ma quando la intuiamo non ci abbandona
più, come un'ombra che ci segue, la nostra ombra sempre attaccata al
corpo, assenza di luce che si anima e che agisce al nostro posto e a
nostra insaputa, quando vogliamo riposare (salvo poi venirci a
narrare tutto con dovizia sadica di particolari, bisbigliando
fastidiosamente nell'orecchio e prolungando così la nostra veglia).
Il nostro gemello è
il retropensiero che ci smentisce dicendo l'opposto quando affermiamo
qualche cosa come principio. Quando noi diciamo: "No", lui
dice: "Sì", quando aneliamo alla luce, lui volge i propri
occhi verso la tenebra, quando affermiamo di qualcosa che è bianco,
lui intende nero; quando ci allontaniamo da una situazione
spiacevole, lui ci si avvicina pericolosamente, quando decidiamo di
sorvolare su qualcosa, lui interpreta il volo come un lasciare la
scia di lumaca-aeroplano sul cielo...
A volte il mio
gemello può interpretare i miei oscuri istinti meglio di quanto
possa fare io e metterli in atto al mio posto: a nulla varrà allora
tentare di rinnegarlo, di staccarmi dal cordone ombelicale che ci
lega, a nulla varrà dire: "Io sono diverso, non sono lui",
solo perché non ho portato a realizzazione ciò che ho desiderato:
ci penserà lui, mi guarderà di nascosto con i suoi occhi duri e con
un ghigno che ben conosco, mentre si avvia a fare ciò che non riesco
a fare. Quando affonderà la lama nel petto della vittima, quando
sentirà il caldo sangue bagnargli le labbra, penserà a me, suo
debole compagno da guidare sempre e da cui non si può separare mai,
sua condanna e suo unico amore.
L'Altro cerca di
cullarti in visioni consolatrici, dipingendoti diverso da ciò che
sei, ma tu sai che l'immaginazione nasconde la rugosa realtà: ti
dice che sei re in un castello, mentre fredde catene ti fermano i
polsi e sbarre rigano il cielo; quando per miracolo potrai guardarti
da fuori, con lo sguardo dell'Altro, ti vedrai simile ad uno
scarafaggio che incespica stupidamente, muovendo le zampette in modo
incontrollabile, come lo scarabeo e la sua palla di sterco, ostinato
nel fare il contrario di ciò che ora ti pare ragionevole.
Ma la consapevolezza
e il distacco durano poco: non ci si sbarazza facilmente del proprio
gemello-altro che ci ingoia come un cannibale.
Ogni
tanto ti chiedi se lui non sia in fondo altri che te stesso ma, per
così dire, forgiato, plasmato, dallo sguardo delle altre persone: la
tua passeggiata per strada, il tuo viso, la tua pettinatura, il tuo
volto, le tue mani, tutto te stesso, anche la tua figura vista da
dietro, la tua nuca, la tua schiena, tutto ti arriva filtrato dallo
sguardo degli altri. A questo punto, ti dici: "Ecco! Gli altri
mi rivelano ciò che sono per
loro,
in pubblico. La folla è lo specchio in cui mi vedo finalmente, ma,
in fondo, io non sono così!" e ti piace rassicurarti al
pensiero che nella tua tana sei al sicuro da quell'immagine pubblica
falsa, dall'Altro che sei in piazza, che nei tuoi cunicoli puoi
custodire e sottrarre a sguardi invidiosi e minacciosi, tesori e
prede... Attento! Attento che quell'Altro non penetri di nascosto nel
tuo nascondiglio e non ti faccia l'agguato alle spalle per usurpare
il cantuccio dove pensavi non albergasse il pericolo! Sei proprio
sicuro di custodire tesori, o si tratta soltanto di escrementi?
Sconcertato e
esausto, dopo questo gioco di maschere, vorresti finalmente avere la
pace che si raggiunge nel sonno e pensi di affogare l'Altro o
nell'azione o rinnovando l'esercizio millenario del "Conosci te
stesso"; vorresti che il tuo amato gemello (che ti aspetta a
casa, che accende per te la stufa, che per te affila i coltelli)
sparisse o non fosse mai esistito e pensi di sbarazzartene o con un
gesto pubblico plateale oppure con la conoscenza esatta di te...
Tutto ciò è vano:
una volta instaurato il gioco di specchi e la moltiplicazione dei
punti di vista, l'unica speranza è vagare nel labirinto tenendo a
bada le voci che lo percorrono, cercando l'uscita.
Occorrerebbe,
lo sappiamo, risalire a prima della separazione, a prima del
concepimento mostruoso dei gemelli, nell'utero...